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Dichiarazione di apertura della Consigliera Edgarda Degli Esposti - Ipotesi accordo Camusso Marcegaglia
DICHIARAZIONE DI APERTURA DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DEL 4 LUGLIO 2011 DELLA CONSIGLIERA EDGARDA DEGLI ESPOSTI
Due donne, Camusso e Marcegaglia, a cui va tutto il nostro rispetto e la nostra ammirazione, sono state in questi giorni attrici e fautrici di un'ipotesi di accordo che sarà destinato a lasciare un segno indelebile nel mondo del lavoro e delle relazioni sindacali di questo Paese. Un'ipotesi di accordo che ripara, ricompone, ripristina il sistema di regole che stanno alla base di un corretto funzionamento fra imprese e lavoratori. Un'ipotesi che richiama e ripropone un sistema di garanzie democratiche che mette al centro diritti fondamentali dei lavoratori, che offre un quadro di stabilità e di certezze alle imprese di questo paese, come più volte auspicato da eminenti esponenti del mondo produttivo. Dicevo: recupera, ricompone, ripristina. Recupera una deriva nel segno della deregulation, della destrutturazione dei contratti nazionali. Recupera una divisione sindacale che ha offerto larghi margini di manovra a chi, imprenditori e ministri, ha praticato la logica del "dividi et impera". Un disegno vecchio e trito, ma che non ha mai cessato di fare presa su chi ritiene che la competitività e le sfide, in un sistema complesso e globalizzato, passino attraverso una drastica riduzione dei diritti dei produttori. Un'ipotesi che rimette al centro il lavoro, che afferisce da una precisa filosofia e cioè: fra tutti i fattori che concorrono alla produzione, il lavoro ed i suoi diritti, sono in cima alla scala dei valori e delle priorità. Recupera una relazione fra le maggiori OO.SS. che a cascata si traduce in una maggior coesione del mondo del lavoro e inevitabilmente ad un suo peso ponderale di forza molto superiore ed al contempo offre un quadro di maggiori certezze, di chiarezza, di prospettiva per le aziende. In questo senso parliamo di ricomposizione, ma anche di riparazione di un vulnus che ha indebolito il movimento sindacale ed ha esposto a seri rischi democratici un Paese che ha il proprio fulcro e la propria caratteristica originale nello "stato di diritto". Il punto di forza più evidente di questo accordo è il valore insostituibile del contratto nazionale in un momento in cui proliferano accordi aziendali e contratti separati sostitutivi del contratto nazionale stesso. Come si sa, il CCNL ha funzioni di certezza e di equità nel mondo del lavoro, garantendo a tutte le lavoratrici e lavoratori dal nord al sud del Paese una base di garanzie omogenee, un trattamento normativo ed economico uguale su tutto il territorio nazionale, a cui subordinare una contrattazione di 2° livello (aziendale) che si realizza (quando si realizza) su materie delegate dal CCNL, come ad esempio interventi su organizzazione del lavoro (è sempre stato così!) o su premi incentivanti o sugli orari. Un accordo che come dice Camusso "ristabilisce le gerarchie delle fonti", vale a dire che è il CCNL che definisce ciò che succede o può succedere a valle. Si dice che in attesa dei rinnovi contrattuali sono possibili intese "adattive" con il consenso delle RSU e delle sigle sindacali territoriali firmatarie dell'accordo. Si chiude in sostanza la via delle intese separate che tanti danni morali e materiali hanno prodotto nel recente passato. L'accordo affronta un altro tema cruciale, quello di "chi rappresenta chi". Sulla rappresentanza si introduce il principio vigente nel pubblico. Vale a dire un sistema misto che mette insieme il numero degli iscritti ad ogni sindacato (iscrizione certificata dall'INPS e inviata al CNEL) ed il voto ottenuto da ciascuna sigla al momento delle elezioni delle RSU. Partecipa al negoziato chi supera la soglia del 5% della categoria a cui si applica il contratto. Due restano i livelli contrattuali, quello nazionale e quello aziendale. Il secondo non potrà derogare al primo, ma potrà definire soluzioni ad hoc a seconda della situazione dell'impresa a cui si riferisce. Il contratto aziendale sarà valido se approvato dalla maggioranza della RSU. Se in un'azienda ci sono solo le RSA (rappresentanze nominate dalle OO.SS.) i contratti aziendali dovranno essere approvati dal 50 + 1 % dei lavoratori. Queste regole non hanno valore retroattivo; proprio per questo la posizione di Marchionne che avrebbe dovuto "benedire" questa soluzione è la prova delle sue vere intenzioni, quelle che lui ha sempre negato: un sistema di relazioni anarchico, iperliberista, che gioca la competitività sui mercati internazionali solo ed esclusivamente sulle riduzioni dei diritti e delle condizioni del lavoro. Va da sé che vincoli e limiti alle relazioni industriali vengono rigettati in toto. Ma anche la posizione della FIOM, poiché non c'è retroattività dell'accordo è difficile da capire, infatti nulla impedisce che i contenziosi legali aperti a giusta ragione a Pomigliano e Mirafiori vadano per la loro strada. Certo, regole nuove garantiste sulla rappresentanza che vedano sempre di più i produttori protagonisti dell'organizzazione del lavoro, del dove, come e per chi produrre, così come la FIOM ha chiesto nella proposta di legge popolare, sono necessarie, ma la nuova ipotesi d'accordo non va vista come risolutiva di tutto, ma solo la fine di una fase, un nuovo inizio, ed in questa situazione in cui si profila con certezza un'altra manovra recessiva che insegue affannosamente ed inutilmente il debito senza creare innovazione, sviluppo ed occupazione, è certamente un grandissimo balzo in avanti che è giusto riconoscere. Il suo valore va in più direzioni: infatti, se da un lato riconsegna dignità, garanzie e certezze al lavoro, dall'altro pone il Paese in un'ottica totalmente diversa anche per chi guarda da fuori: dalla Commissione Europea, dal Fondo Monetario, dall'Ocse, etc. E questo è un bene per tutti.
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