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Testi storici

Alcuni brani di testi storici che ricostruiscono le vicende antiche ma anche più recenti delle principali località del Contrafforte Pliocenico e a volte tratteggiano belle descrizioni dei luoghi o, come nel caso di Luigi Fantini per quanto riguarda la raffinata produzione di archibugi a Cà de'Mazza, fanno rivivere antichi mestieri.

 

BADALO. Comune, e Parrocchia di 342 Anime confinante con quelle di S. Ansano, di Battidizzo, della Villa d'Ignano, di Monte Rumici, di Guzzano S. Lorenzo, della Pieve del Pino. Il suo titolare è S. Michele, e la collazione ad altri non appartiene, che alla Mensa Arcivescovile di Bologna. L'aria vi è buona e ventilata, benché in generale il Clima sia rigido nella maggiore estensione del suo Territorio. (...) Nella maggiore sua estensione il Terreno di questa Parrocchia è arenoso, nelle vallate e nei profondi è cretoso framezzato da strati di Argilla, di Torba ed in alcun luogo di Marna: ergonsi poi sopra la base cretosa ed argillosa durissime e grosse masse, o strati, di dura Pietra Arenaria, o Tofacea, di grossa grana di colore giallo-oscuro, che sembrano avanzo di un molto esteso banco arenoso marino, quivi da flutti affondato, o da altra lapidifica sostanza alla umana cognizione tuttora ignota, ridotto alla durezza di sopra già detta. Contribuiscono a rendere verisimile questo nostro, qualunque siasi dubbio; la direzione colla quale queste grosse masse a modo di scoscesa balza distendonsi, attraversando tutto questo Territorio (...). La quantità sorprendente, che in esse Masse si vede, e talora a Strato disposte, di Spoglie o Valve di Ostriche di ogni maniera e grandezza, e di quando in quando di molte Conchiglie di Pettiniti di grandezza più che mediocre, e luogo a luogo le spoglie e nuclei di Lumache marine e le spoglie di qualche Pinna, che framezzo alle suddette varie sorti di gusci si vedono; e finalmente l'osservarsi disposte a maniera di Strati quantità di spoglie di Telline, e loro nuclei in tutti quei filoni di Argilla, i quali o rimangon sotto alle suddette masse per base, o l'una di esse dall'altra dividono in vari siti.

(...) L'antico Castello di Badalo, e sua forte Rocca, di cui or ora daremo le memorie Storiche da noi raccolte, era e murato, e fortificato, e tutto raccolto intorno alle balze e luoghi, ove è ora la Chiesa Parrocchiale, e l'altra annessa detta S. Maria. Pochissimi sono i vestigi rimasti sopra luogo di questo Castello e sua Rocca, ed il più visibile è un'angusta Scala tagliata sulla Pietra arenaria, della già descritta Balza, o Banco marino, per cui si sale allo Scoglio quasi isolato e ripido da un Masso elevato della stessa formato, la quale tutt'ora è rimasto il nome di Rocca di Badalo. Quanto siano stati diroccati l'uno e l'altra, e se dalla natura con qualche rovina, o dall'arte a mano d'Uomini, non ce lo dice la Storia Bolognese; e però farà a noi lecito il sospettare, che per levar questo nido ai Fuorusciti e Banditi di Bologna, saggiamente decretasse il Consiglio, che fosse spianato il Castello e la Rocca da' fondamenti, come raccogliesi averlo ordinato di altre molte nel 1323.

 

Serafino Calindri, Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico ec. ec. ec. Della Italia, Volume I, Montagna e collina del territorio bolognese, Bologna 1781, Ristampa anastatica, Arnaldo Forni Editore, 2003.

 

BATTIDIZZO. Comune e Parrocchia di 274 anime (...). La industria di un valente Agricoltore, e di un genio benefico alla Umanità sa cavare ed utile e frutto da' siti, che sembrano i più infruttiferi e ingrati1. All'attenzione di uno di questi fra non molti dovrà il territorio montano bolognese un nuovo genere di prodotto, cioè Pinocchi (volgarmente detti Pignòli) da una Pineta, che va allevando nelle pendici della Balza altrove descritta od accennata, e dalle quali altro ricavare non si potrebbe, che pochi virgulti, e poca legna da sparuti e pochi arbusti. Si avrà altresì la stessa sorte di frutto da altra Pineta, che in suolo migliore è stata allevata tra Boschi della grandiosa Villa della Quiete, ora appartenente (...) alla nobile Famiglia Caprara. Un solo Sarto eravi in questa Parrocchia, finché il prefato genio, fatte le opportune abitazioni in luogo di passo e adattato, non havvi richiamato a pubblico bene un Fabbro, un Falegname, alcuni Fornaciaj da Pietre cotte e da calcina, e gli Operaj necessari per ripristinare una dismessa Cartiera nel sito detto la Capra; e spingendo le sue vedute utili più oltre, coll'aprire nuove e commode vie attraverso al territorio comprato sino al sasso del Fiume Setta, ha dato adito ad un commodo trasporto de' Sassi arenarj (detti in Bolognese Masegna) i quali da Scalpellini cavanti dalla suddetta Balza in un sito appartenente allo stesso Leonesi, e de' quali fannosi gradini da Scale, colonnette, colonne, ornati da Altari, ornati da Cammini, abbeveratoj da bestie, ed altri tali lavori, essendosi con tal mezzo aumentato lo smercio ed il lavoro ancora di sì fatta sorte di Sasso.

 

1 (...) non vogliamo tralasciare l'elogio dell'onesto mercante Matteo Leonesi. Questi ha fatto acquisto nel Montano Territorio di alcune imprese, e tenute, e di varie possessioni, e appena cadute in sue mani le ha fatte cambiar di faccia, accomodando le Case coloniche, costruendone delle nuove comode ed agiate, ampliando, od aprendo nuove Vie a comodo degli Uomini e de' Bestiami, bonificando con avvedutezza il terreno in prima trasandato, om nudo, introducendo in altre nuove fabbriche, e le arti, e le persone necessarie a dare aiuto ai lavori della Campagna...

 

Serafino Calindri, Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico ec. ec. ec. Della Italia, Volume I, Montagna e collina del territorio bolognese, Bologna 1781, Ristampa anastatica, Arnaldo Forni Editore, 2003.

 

BRENTO. È questo un Comune, la di cui Parrocchia è S. Ansano (...) Fa Massaria, o dicasi Comunità da per sé, ed è la sua Popolazione composta (...) di 240 Anime, il di cui talento ed indole inclina alla fierezza, ed al mestiere dell'armi. A poco distanza dal Borgo di Brento abitato da 19 Famiglie evvi una Villetta di due fuochi chiamata Cà de' Mazza molto rinomata, atteso lo abitarvi alcuni Archibugieri, che fanno lavori a blino, ed a cisello in ferro ed in acciaio molto fini e di buon gusto, ond'è, che le loro cartelle, o fucili, ed i lavori di acciaio co' quali forniscono le casse da Schioppo sono accreditatissimi, e ricercati in assai lontane parti.

Sussistono tuttora le rovine, ed avvanzi di un Castello a poca distanza dal presentemente abitato borgo di Brento, ma dalla figura, dalla qualità de'materiali, dalla maniera della loro composizione riconoscesi fabrica non più antica di circa tre o quattro Secoli indietro. Dalla parte di dietro di queste rovine, e verso Badalo, ergonsi le balze, e rupi, o banco marino indurito a consistenza di scoglio già descritto. Su la rupe che questo forma tagliata quasi a piombo, lungo la strada appunto, che da Brento a Badalo conduce, sonovi alcune aperture, una delle quali dalla metà della stessa rupe all'estrema superficie esterna è del tutto aperta per l'altezza di circa trenta piedi bolognesi, larga quanto possa passarvi un Uomo con comodo, e questa s'interna non molti piedi nelle viscere del Monte, ne noi sapremmo decidere, se fatta sia dall'arte, ovvero dalle acque, o da terremoti. Accanto a questa evvi altra apertura, che più della prima s'interna assai nel Monte, ne giunge col suo volto a discoprirsi al giorno, questa chiamasi da' naturali del luogo la Grotta di Monte Donnico, da alcuni la Tana delle Fate, da altri finalmente il balzo e tana di Monte Adone. Noi agli 11 di Dicembre del 1779 volemmo in quest'ultima entrarvi dentro, non già per chiarirsi di cento favolosi racconti di tesori, di apparizioni di Donne, ed altre tali fanfaluche, della cui ridicolezza ne eravamo a pieno persuasi; ma per desiderio di scoprire, se vera fosse la costante assertiva de' circonvicini, con la quale, come agli altri, così a noi, cercarono di persuadere, sianvi ferrate, porte di legno, catenacci, ec. Fatte ivi mettere apposta, per impedirne l'ingresso dopo una certa distanza; dubitando potesse essere un tentato scavo di creduta miniera, dalla quantità della Mica d'Oro di Gatto, che si vede frammischiata col Macigno arenario che forma la rupe; ovvero una voragine naturale, od una qualche specie di Colombario, o di Catacomba; onde la pubblica vigilanza, ad impedirne la rovina de' curiosi, i quali inavvedutamente entrandovi senza scorta, o lume, sulla lusinga de' sognati tesori, e delle decantate Fate, fosservi potuti rimanere vittima della loro male accorta curiosità o avidità, ne avesse ordinata ne' scorsi Secoli la chiusura. E c'indusse altresì ad entrarvi dentro il sospetto fattoci concepire dal nome di Monte Adone, da alcuni al Monte stesso dato, come dicemmo, che avesse potuto servire per uso di un qualche nascondiglio fatto per qualche funzione, o ceremonia loro da'Sacerdoti di Adone, un di cui Tempio o Luco sacro qualcun pretende possa essere stato in questi contorni costrutto a' tempi della stolida gentilità.

(...) è ben facile il dedurre dal fin qui detto, che il Luogo nasconda la sua origine nelle tenebre della più remota antichità, congettura che viene avvalorata dalle memorie di esso rimasteci, e delle quali a schiarimento della locale antica Storia imprendiamo a discorrere (...) e direm sempre che Brento è un luogo antichissimo, che ha per Secoli molti appartenuto alla Mensa almeno in parte, che può essere stato anco di miglior condizione a' tempi degli antichissimi Toscani, o de' Romani, o de' Galli Boij...

 

Serafino Calindri, Dizionario corografico, georgico, orittologico, storico ec. ec. ec. Della Italia, Volume I, Montagna e collina del territorio bolognese, Bologna 1781, Ristampa anastatica, Arnaldo Forni Editore, 2003.

 

Badalo è parrocchia con poche case intorno, fra le quali una meschina osteria.

Per una via incassata e a scaglioni incavati nell'arenaria, s'incomincia l'ascesa della pittoresca rupe che si presenta a guisa di un berretto frigio; l'occhio è attratto, oltre che da quella configurazione bizzarra, dai suoi contorni rotti, selvaggi, che la riducono un degno nido di falchi. Improvvisamente i gradini cessano; la via sempre incassata ed erta, è fiancheggiata ad intervalli da nere croci di legno che le danno un aspetto tetro; finché si giunge ad una angusta spianata, che non è ancora la cima della rupe, ove sulle rovine dell'antico castello sorge ora una solitaria chiesetta.

Gli abitanti di Badalo, dice il Ghirardacci, erano valorosi nelle armi. Sembra che si reggessero a repubblica anteriormente al 1174, epoca della loro dedizione ai Bolognesi. Dopo varie vicende nel 1306 venne occupata dai Conti di Panico, i quali vi si mantennero non ostante i reiterati sforzi dei Bolognesi per ricuperarlo. Ma nel 1363 riuscì a Gemezio di snidarli da quel forte castello e porvi a guardia Toso da Monzone con tre bande di soldati. Da quell'epoca la cronaca non ne fa più cenno; ciò che fa supporre la distruzione del castello per opera dei Bolognesi, poco dopo la resa, affinché non divenisse covo di fuoriusciti e banditi.

Dalla chiesetta si continua l'ascesa dell'ardito scoglio che sembra penzolare nello spazio. Il lato Nord, inaccessibile, presenta una balza a picco di oltre 100 metri formata da banchi di arenaria agglutinata con interposti conglomerati a ciottoli improntati, che sorgendo dall'alveo del Setta ivi ricompariscono. Il lato Est ha uno stretto sentiero fra quercioli, di mano in mano più incerto e difficile, che conduce quasi alla vetta dell'appuntito scoglio. Per superarlo è forza arrampicarsi attaccandosi con mani e piedi a tutte le scabrosità, a tutti gl'interstizi della stratificazione. Dalla sommità angusta si domina il bel paesaggio della valle del Setta coi pittoreschi monti che la cingono, tra cui le vette elevate di S. Martino di Caprara, M.e Sole e il Salvaro; quelle stranamente rotte di M.e Vigese, e il maestoso dosso del M.e Venere che chiude come una cortina l'orizzonte. Nel centro della piccola piattaforma è collocato un grosso blocco di arenaria, superiormente spianato a foggia di tavola.

Ritornando alle case di Badalo, la strada prosegue sulla cresta ondulata e passa per M.e Adone (ora 1 di salita), che si aderge con proteiformi balze, mettendo a nudo le arenarie agglutinate. Capricciose spaccature s'internano nelle viscere del Monte e formano oscure grotte, fra le quali è rinomatissima quella della Fate.

 

Club Alpino Italiano - sezione bolognese (a cura), L'Appennino bolognese 1881, 1881, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore, 1981.

 

Livergnano. Si chiama comunemente il Borghetto delle Livergnane ed è formato da poche case di modestissima apparenza. Vi si trova un'osteria ed una salsamentaria di infima classe.

Pochi minuti di salita a destra della strada nazionale conducono alla cima del monte delle Livergnane, su cui si trova la chiesa dedicata a S. Giovanni Battista.

Riattandosi questa, quasi completamente nel 1843, e praticandosi quindi alcune escavazioni, si rinvennero molti fondamenti di antichi edifici, il che, considerando anche l'elevata posizione adatta molto ad un luogo di difesa, lascia supporre essere qui stato un castello.

Nelle cronache Bolognesi si fa memoria del Comune di Livergnano fino al 1209 ed in una campana della torre di detta chiesa è segnato il 1366 quale anno di sua fusione.

Splendida è la vista che si gode dall'alto di questo monte , giacché l'occhio spazia, non solo sui monti dell'uno e dell'altro versante del Savena, su quelli di Val di Zena e di Val d'Idice ad Est, sugli altri di Val di Setta e Val di Reno ad Ovest con in fondo all'orizzonte il Cimone e Corno alle Scale, ma anche su buona parte della pianura bolognese.

 

Club Alpino Italiano - sezione bolognese (a cura), L'Appennino bolognese 1881, 1881, ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore, 1981.

 

Gli archibugieri di "Cà de' Mazza"

 

Un altro importante ed interessante argomento da rievocare, trattando di questo territorio, è quello riguardante unafamiglia di celeberrimi archibugieri, i Negroni, che dalla metà del XVIII secolo ai primi decenni del XIX si trasmisero di padre in figlio l'arte di fabbricare armi da fuoco, raggiungendo tale perfezione da poter gareggiare con gli Acquafresca, altri notissimi archibugieri del nostro Appennino residenti in Bargi, nell'alta valle del Limentra (...).

Oggi molti archibugi e pistole dei Negroni hanno il vanto di ornare celebri raccolte italiane ed estere.

Essi tennero appunto la loro officina a "Cà de' Mazza", modesta casetta posta a 1 km. Circa dalla borgata di Brento, in un pianoro esattamente posto a cavaliere dello spartiacque Savena-Setta, vicino alla parete sud di Monte Adone.

Disgraziatamente anche questa storica, seppure umile abitazione, ormai da tutti dimenticata, venne distrutta durante i non mai abbastanza deprecati eventi bellici: e molto mi sono doluto di non averla potuta ritrarre.

Le poche notizie, giunte fino a noi della "Cà de' Mazza", sono già state compendiate brevemente, senza peraltro fosse mai stato citato il cognome Negroni. Ne accennò brevemente il Calindri nel suo citato Dizionario (...). Inoltre di questi valenti archibugieri di "Cà de' Mazza" ne è fatta menzione anche in un prezioso rarissimo opuscolo stampato a Torino, ove, peraltro, l'autore molto si diffonde in merito agli Acquafresca di bargi, mentre di quelli di Cà de' Mazza si esprime come segue. "A poca distanza dal borgo di Brento, abitato da 19 famiglie, evvi una villetta di due fuochi, chiamata 'Cà de' Mazza', molto rinomata, atteso lo abitarvi di alcuni archibugieri, che fanno lavori a bolino ed a cisello in ferro ed in acciaio molto fini e di buon gusto, ond'è che le loro cartelle, o fucili ed i lavori d'acciaio, coi quali forniscono le casse di schioppi, erano accreditatissimi e ricercati in assai lontane parti".

Da ulteriori dati sull'attività dei Negroni, appresi da notizie tradizionali trasmesse da vecchi abitanti di Brento e di Pianoro, sembra che essi continuassero la loro attività d'armaiuoli fin verso i primi decenni dell'Ottocento, epoca in cui, purtroppo, sopravvennero anche per gli archibugieri tempi assai duri a causa dell'importazione d'armi dalla Francia, soprattutto dalla grande fabbrica d'armi di Saint-Etienne.

Cosicché, fatalmente, anche per loro venne il giorno in cui dovettero, per ineluttabile forza di cose, abbandonar, dopo pressoché un secolo, la loro umile seppur tanto gloriosa officina, per trasformarsi in mugnai, affittando all'uopo il molino di Sant'Ansano, ubicato nelle vicinanze immediate della chiesa omonima.

Fortunatamente, dopo lungo tempo, una recente, fortuita, inaspettata occasione, è intervenuta ad accrescere ulteriormente il valore dell'opera di questi valorosi artigiani delnostro Appennino, ed a farci ammirare ancora ulteriori esempi della loro arte di armaiuoli e di cesellatori affatto sconosciuti.

En ciò devesi alla lodevolissima iniziativa di autorità e di appassionati cultori di armi antiche, che ebbero a promuovere, nella città di Anghiari (Arezzo), una mostra d'armi da fuoco antiche, tenuta dall'11 agosto al 15 settembre 1968, corredata da un interessantissimo catalogo, dal quale emergono preziose e talvolta inedite informazioni sui principali centri di fabbricazione di queste armi, e dei valorosi artigiani che ebbero a crearle.

E tra questi ho notato, con vera commozione, vi figurano degnamente, anzi, in una posizione di autentico primo piano, gli archibugieri di " Cà de' Mazza": i Negroni di Brento!

 

Fantini L., Antichi edifici della montagna bolognese, Re Enzo Editrice, 1971.

 

Livergnano

 

Nell'ottobre 1944 fallì l'offensiva della V Armata Usa per la conquista di Bologna. Aggirate le difese della Futa al passo di Giogo di Scarperia, l'attacco proseguì sempre più lentamente incontrando linee fortificate successive a Monghidoro, Loiano e Livergnano. Il bastione di Livergnano, a pochi chilometri da Bologna, risultò fatale, a causa delle sue imponenti difese naturali fatte di pareti e scarpate di roccia, mentre il maltempo costante limitò l'intervento dell'aviazione. Livergnano fu il più formidabile bastione naturale incontrato in Italia e il luogo di feroci combattimenti affrontati dalla V Armata. Faceva parte di una linea difensiva che partendo dai Monti della Riva passava per Monte Belvedere, Monte Rocca, Castelnuovo, Monte Pero, Monte Abelle, Caprara, Monte Sole (dove nel dicembre 1944 si bloccò l'avanzata della 6a Divisione sudafricana, appartenente al IV Corpo Usa), Brento e Monte Adone.

Su questa linea di rocce e bastioni, l'avanzata si spense e riprese solo nella primavera 1945.

L'offensiva del II Corpo statunitense si svolse complessivamente dall'1 al 26 ottobre, con turni di riposo per ciascun Reggimento di 5 giorni, prima di tornare in prima linea. La linea di Monghidoro venne sfondata dal 362° Reggimento della 91a Divisione tra l'1 e il 4 ottobre. Le truppe avanzarono velocemente sulla Statale 65 verso Loiano, la cui linea difensiva fu investita in due punti: a Loiano, dove il paese venne conquistato il 5 ottobre, e più a est sulla direttrice dell'85 Divisione, che superò il 9 ottobre monte Bibele.

L'11 ottobre venne preso il Monte delle Formiche, bastione che la stretta gola del torrente Zena separa dall'immane scarpata di Livergnano.

Quella di Livergnano era una parete di roccia alta 500 metri e lunga quasi 5 km, delimitata a est e a ovest dai torrenti Zena e savena. Su questo strapiombo si aprivano solo due fenditure, quella di Livergnano dove passava la Statale 65, e quella del villaggio di Bigallo. Due compagnie del 361° riuscirono ad arrampicarsi sulla parete e a penetrare a Livergnano, ma vi restarono inchiodate dal fuoco nemico. Per tre giorni, grazie al miglioramento del tempo, aviazione e artiglieria tempestarono le linee tedesche. Il 14 la Wehrmacht abbandonò il paese di Livergnano, arroccandosi sui bastioni montuosi retrostanti.

Lo sforzo finale del II Corpo americano fu così condotto dal 16 al 26 ottobre contro Monte Belmonte, Monte Grande e Vedriano. La 29a Panzergranadieren respinse gli assalti al Belmonte, e su questa altura spoglia e brulla si fermò la spinta offensiva della 34a e 91a Divisione Usa, a una quindicina di chilometri da Bologna. Sulla sinistra, l'88a Divisione si spinse fino a Monte Grande, grazie al sostegno dell'aviazione che saturò l'area di bombe incendiarie e ad alto esplosivo.

Le truppe attaccanti erano esaurite: in poco più di un mese il II Corpo aveva perduto oltre 15.000 uomini. Il 25 ottobre giunse l'ordine di fermarsi e consolidare le posizioni.

 

Paticchia V. (a cura di), Percorsi della memoria. 1940-1945: la storia, i luoghi, IBACN Emilia-Romagna, Clueb, 2005.

 
 
 

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